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Rivista aderente al
Progetto Cicero
prodotto dal gruppo
Salsa Mania
facente parte della
community
del progetto.
24 giugno 2008
Salsa Mania - Anno Primo - Secondi Pensieri

Raccolta mensile legata al progetto Cicero

Foto fornita da Carmelo Speltino

Numero 2
Giugno
Luglio
2008






Indice

Editoriale! - Valentina Caprari

Africani, non africani, diversità e danza- Parte prima - Guido Mastrobuono

Salsa New York Style - Valentina Caprari

Sognando Cuba- Passo a due! - Carla Ardizzone

Artisti e ballerini! - Marco Ferrigno - Claudia Rubeo

Testo e traduzione di Si no te hubieras ido di Tito Nieves! - Valentina Caprari




permalink | inviato da progettocicero il 24/6/2008 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 giugno 2008
Editoriale!

Eccoci giunti alla seconda uscita della nostra Salsa Mania… e pensare che mi sembra ieri quando ancora ero lì a pensare se iniziare o no questo folle progetto… e invece eccomi qua… felice di come vanno le cose… alla continua ricerca di collaboratori… a chiedere insistentemente ai miei amici salseri di commentare gli articoli ed inscriversi al progetto… ma sono sicura che, piano piano, arriverà tutto.

In questo numero troverete i soliti cinque articoli… più uno… che per niente al mondo avrei potuto lasciare fuori perchè interessante ed estremamente particolare scritto da Guido Mastrobuono, speciale direttore e ideatore di questo progetto, che avrà un seguito nella prossima uscita… dal nome Africani, non africani, diversità e danza!

Poi… mi sono cimentata nella stesura di un articolo sulla Salsa New York… uno stile elegante e colmo di virtuosismi!

Ho accolto, con estremo piacere, nella sessione “la salsa vista dagli italiani” un testo intenso e pieno di passionalità scritto dalla mia collega Carla Ardizzone, direttrice di piccola letteratura (altra rivista legata al progetto cicero), spero, anzi sono sicura , che piacerà a tutti voi… Carla non balla e non conosce molto l’ambito salsero ma ha colto in pieno alcuni degli aspetti più particolari della cultura cubana… questo mi ha stupito e stupirà anche voi!

Troverete, di nuovo, un articolo di Claudia Rubeo, mia fondamentale collaboratrice! Questo articolo parla di Marco Ferrigno, un giovane talento che io e Claudia abbiamo avuto il piacere di ammirare, non per la prima volta fortunatamente, i primi di giugno 2008 al Salsitaly, un evento salsero di stage e serate. Assolutamente estasiata dall’eleganza e unicità di Marco e della sua ballerina, qualche giorno dopo ho chiesto a Claudia di preparare un testo su di lui… un testo scritto di pancia, come dico io, che parlasse di Marco artista… di Marco uomo… e ne è uscito quello che se vorrete leggere vi porterà nel suo mondo… nel nostro fantastico mondo.

Infine troverete il testo e la traduzione di una bellissima salsa di Tito Nieves “Si no te hubieras ido”… una salsa romantica… un inno all’amore.

Non mi resta che augurarvi una buona lettura e darvi appuntamento all’uscita di luglio… confidando nei vostri commenti, nei vostri nuovi articoli che mi arriveranno…
Buona Salsa a tutti… salsamaniaci…


Valentina Caprari




permalink | inviato da valens il 11/6/2008 alle 0:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 giugno 2008
Africani, non africani, diversità e danza- Parte prima

Seconda di Termini. L’uomo senza cappotto ammirava una immagine del Mossi che, in effetti, non aveva ancora nemmeno pensato di iniziare ad immaginare.
Il gigante di ebano indossava un paio di occhiali da lettura di quelli formati dalle metà di una singola lente.
Dita nere, polpastrelli più chiari inumiditi, giravano le pagine del manoscritto.
Nel momento della migrazione da un foglio all’altro dell’attenzione del Mossi, i tratti del suo viso si rilassavano.
Subito dopo, l’uomo riacquistava compita concentrazione.
Avete presente quale potrebbe essere il risultato della clonazione tra una vecchia zia (con torta di mele di ordinanza in mano) ed un giannizzero nero che si erge armato di scimitarra sopra una montagnola di crociati cadaveri?
Bhe, nemmeno io!
Comunque l’uomo senza cappotto l’aveva davanti agli occhi.
Specialmente l’espressione del grosso viso nero era buffa.
Aveva un’aria concentrata ma petulante, a volte stringeva gli occhi quando i caratteri erano troppo piccoli per la potenza delle mezze lenti.
Lo scrittore lo immaginò con un lecca lecca in bocca, di quelli fatti a pallina. Ne veniva fuori un tenente Kojack della polizia mauritana che avrebbe potuto fare la fortuna di una serie televisiva.
La fantasiosa allocuzione fu interrotta dalla risposta che lo scrittore più temeva.
- Bello.
Disse il negro porgendogli il manoscritto.
Questa risposta era la più inutile e, naturalmente, quella fornita più frequentemente.
Bello non voleva dire assolutamente niente.
- Ma questa insegnante di ballo.... mi pare brava... mi piacerebbe poterla contattare...
Lo scrittore fu sorpreso da quella richiesta.
Era difficile visualizzare il gigante vestito con un gonnellino di banane mentre abbozzava tre o quattro passi di danza.
Certo che non avrebbe potuto essere più bizzarro del bianco intellettuale con la pancetta che aveva partecipato ad uno stage sull’argomento solo per coglierne lo spirito.
Quindi, con una sequenza di bip, numeri di telefono passarono sul visore del suo cellulare finché il giusto numero non venne visualizzato e passato al leader di colore.
(...)

Passò qualche istante in cui il cellulare sembrava meditare.
Il Mossi osservava sul monitor lo scorrere di una serie di messaggi criptici ma dotati di significato univoco e traducibile in “sto funzionando... mi sto picchiando con la rete... abbi pazienza... che tra poco la tua telefonata passa”.
Il numero suonò libero. Risuonò una voce di donna. L’accento era molto delicato e particolare.
- Pronto?
- Buona sera, vorrei avere qualche informazione sul vostro stage.
- Bhe, lo stage inizia sabato alle ore 15. Si tiene molto vicino alla stazione Termini.
- Di che cosa consiste il corso?
- Verranno presentate alcune tecniche di danza appese nell’Africa occidentale.
- Ma... io penso di essere abbastanza in forma... ma non sono giovanissimo... dice che posso partecipare?
- Bhe, lo stage è ad un livello base.
Se è interessato penso che possa partecipare tranquillamente.
Lei è realmente interessato?
- Bhe... ci sto pensando.
Mi manderebbe i moduli di iscrizione?
- Guardi... nel momento in cui lei è interessato mi chiami che le invio i moduli via e-mail oppure... guardi... li compiliamo direttamente in palestra.
- Quanto costa il corso?
- Non è un corso, si tratta di uno stage, e costa 50 Euro.
- E dov’è precisamente?
- Nel momento che lei è interessato glie lo spiego bene, comunque è molto vicino a Termini.
- Grazie.
- Aspetto una sua chiamata.
Il Mossi mise giù il telefono. Trovava fastidiosa la reticenza della donna. Comunque, da come la descriveva lo scrittore, lei era brava e quindi valeva la pena di andare.
(...)

Si trattava di un’ampia palestra-teatro, di quelle che si facevano nel secolo scorso.
Sul pavimento c’era un parquet di legno la cui qualità sarebbe stata migliorabile.
Le pareti erano pitturate di bianco.
Sulla parete di fianco, una pertica di legno a sezione circolare zancata al muro in orizzontale, di quelle che usano i ballerini.
Sul fondo dello stanzone un palcoscenico.
Sembrava parecchio il tempo in cui quella struttura di legno non aveva assistito ad alcuna rappresentazione.
In realtà, quest’ultima sensazione probabilmente era sbagliata: in quella palestra, avvenivano i lavori di diversi gruppi di teatro e, probabilmente, vi si svolgeva anche qualche saggio.
Abbandonato sul pavimento, un tamburo con un paio di bizzarre “orecchie a sonagli” fatte di un materiale metallico simile a latta con infilati anelli di metallo.
Sul lato della palestra, grosse finestre davano su di un piccolo giardino che, anch’esso, sembrava ottocentesco.
L’insegnante era bianca, capelli neri coperti da un fazzoletto, il fisico di chi ha dedicato buona parte della sua vita alla danza.
Stava armeggiando con uno stereo.
- Buon giorno.
Disse lui.
La ragazza lo guardò stupita, probabilmente un negro pelato, cinquantenne, di due metri non faceva parte del suo corpo di clienti abituale.
L’uomo percepì, per un attimo, curiosità. Poi, subito, diffidenza.
- Desidera?
- Sono Giovanni Mossi, l’ho chiamata per venire allo stage.
- Bene, si vada a cambiare, ci sono degli spogliatoi dietro il palco.
L’uomo pagò la quota ed andò ad indossare pantaloncini e maglietta.
All’interno di quel gruppo, in effetti, l’uomo stonava.
C’erano signore solo di poco più giovani del Mossi, ragazze intorno ai 25 anni belle come fiori e ragazze meno in forma che, nel momento in cui la danza allontanava da loro le tossine delle preoccupazioni quotidiane, erano belle ugualmente.
I tre ragazzi presenti sembravano intorno alla trentina.
Erano tutti bianchi.
Il Mossi non era tipo da essere imbarazzato. Nonostante l’età, i suoi muscoli erano elastici e forti. Il suo fisico sembrava nato per fare quel genere di esercizi.
C’è un curioso comportamento degli insegnati nei confronti degli allievi “fuori standard”.
Questi insegnanti sono tutt’altro che razzisti. Sembrano però avere una sorta di timore nei confronti degli allievi.
E’ come se sentissero gli allievi come parte contrapposta avente lo scopo di contendergli il controllo dell’aula.
Gli allievi classici, quelli che gli insegnati pensano di poter comprendere e che sanno di poter controllare, non causano alcun problema rilevante.
Gli allievi atipici generano invece una sorta di timore che gli insegnati stessi considerano ingiusto e tramutano inconsciamente in imbarazzo.
L’imbarazzo è un sentimento subdolo.
A differenza di molte paure, non può essere mitigato da una evidente non esistenza del pericolo.
E poi l’imbarazzo genera se stesso.
Sembra essere solo un gioco di parole, ma la gente finisce per essere imbarazzata del suo stesso essere imbarazzata, coinvolgendosi in un circolo vizioso che si conclude solo con l’eliminazione della sorgente dell’imbarazzo.
La cosa paradossale è che l’eliminazione del malcapitato, alla fine, causa un fastidioso senso di colpa e, quindi, altro imbarazzo.
Comunque, l’insegnate di danza fu invero molto educata e decisamente professionale.
L’impressione del Mossi fu però quella di essere considerato un po’ troppo bravo. Tanto che il miglioramento del suo stile non meritava la stessa attenzione del miglioramento dello stile delle ragazze.
Ma forse era solo una sua impressione.
Gli alieni sono i primi a percepire il peso della loro alienità.
Si tratta del peso lieve ma inesorabile di sguardi presenti ed assenti, di parole dette e di silenzi, di azioni insicure e pressanti omissioni.
E si tratta di un peso che proviene anche dal cuore stesso delle paure dell’alieno e, per questo, è potenzialmente indipendente da ciò che realmente accade attorno a lui.
Bisogna anche dire che i diversi tentativi di parecchie delle ragazze di presentarsi a lui e di conoscerlo nonostante la loro evidente paura rappresentava un seme di coraggio e di speranza nel poter vivere insieme che lui sapeva essere estremamente prezioso.
E l’insegnate era brava (e quello era ciò che a lui interessava).
In verità, sembrava più una ricercatrice che un insegnate. Forse era proprio quel ruolo la vera fonte del suo imbarazzo.
Si accorse che lei era nata per esprimersi con il ballo e non con le parole. E questo a lui sembrò molto naturale, come se avesse fatto parte del suo DNA.
Infine era forte l’impressione che la ragazza, sgravata dalla responsabilità dell’insegnamento, sarebbe stata uguale, se non migliore, delle sue coraggiose allieve.
(...)

Il Mossi incontrò l’Oratore.
- Non le ho proposto nulla.
- E perché ci sei andato?
- Per capire chi fosse.
Per me è la persona giusta.
- Perché non le hai parlato?
- Perché con me non avrebbe accettato.
Si tratta di una persona timida, gelosa del suo sapere.
Ma si tratta anche di un ponte.
Un nesso tra due culture.
E’ lei che ci serve.
- Capisco.
(...)

La moglie dell’Oratore era una donna estremamente curata.
Era riuscita a bilanciare l’impossibilità di fermare il tempo raggiungendo la perfezione nelle caratteristiche femminili che, dal tempo, non sono toccate.
C’erano i suoi occhi, che rimanevano decisamente giovani.
C’era l’eleganza del portamento e dei movimenti.
C’era la dolcezza, estrema nel tocco, nelle parole, nei gesti.
C’era l’eleganza e la ricercatezza.
Guardò i due uomini e sorrise.
- Giovanni aveva ragione.
Era l’unica a chiamarlo “Giovanni” ed il Mossi, pur non sapendo perché, trovava la cosa naturale.
- La ragazza non avrebbe mai accettato se fosse stato lui a proporglielo.
L’Oratore sorrise guardando la moglie e chiedendosi se era normale essere tanto innamorati dopo trentacinque anni.
- Comunque ha detto si.
Il pensiero della donna corse sulla pazienza e sulla delicatezza che le ci era voluta per passare le maglie della rete di timori della giovane.
Il gigante nero strinse le labbra e, alle stesso tempo, chiuse la mano a pugno in un silenzioso gesto di esultanza.
Nascosti da camicia e giacca, i muscoli del braccio scattarono come percossi da un guizzo elettrico.
Poi portò la stessa mano delicatamente al petto ed inclinò il capo senza smettere di guardare la donna negli occhi.
- Ti ringrazio Giovanna.
- So bene quanto, per tutti voi, questo sia importante.
La donna rispose allo sguardo con un sorriso della madre che non era mai stata.

(...)
Bisogna saper cogliere le occasioni.
Capita a tutti di trovarsi al posto giusto nel momento giusto.
Il segreto è tutto nel saper cogliere l’attimo e comprendere i passaggi necessari a saltare sull’onda.
Termini è un posto violento. Ogni tanto due dei suoi occupanti decidono che una vita è già stata troppo lunga.
Non c’è alcuna polizia né vigilanza che possa fare qualcosa: si tratta di attimi.
Volano parole grosse, in qualche lingua strana.
Si estraggono le lame.
E poi qualche d’uno rimane ferito.
In fondo è semplice. Banale interazione umana.
Quella sera la lama compì una parabola orizzontale e tagliò una gola. Un altro uomo cadde per terra guardando oltre il mondo con sguardo stupito.
Un altro, che nulla c’entrava, si mescolò alla folla dei curiosi e, con mossa fulminea, appoggiò un biglietto vicino al ferito.
Lo sventurato morì e, poco dopo, alcuni notarono quel pezzo di carta con sopra una grossa “h” stilizzata.

Cuba ritrovata
(Lama di riferimento: XVIII – la Luna)

In un tempo in cui Lucia stava meditando al suo prossimo accesso alla prima elementare…. a Cuba…
- Compagno Rafael Gutierres, il vostro nome è stato fatto al Leader Maximo in persona per un incarico che richiede estrema fiducia.
Il Colonnello sudava copiosamente un misto narcotico di alcol e nicotina e così a Rafael era stato fatto l’indiscusso onore di venire in Italia a pulire l’ambasciata del suo glorioso paese.
Secondo il Colonnello l’ordine appena letto era stato approvato dal compagno Fidel in persona. Comunque la firma in calce a quel foglio era indiscutibilmente del trasudatore di puzza nicotinica.
In ogni caso Rafael, da intere generazioni abituato tanto agli odori quanto ad obbedire, aveva obbedito.
Aveva dato uno sguardo al quartiere dove era nato e dove, subito dopo la Rivoluzione, gli era stato assegnato un piccolo appartamento che amava come parte del suo stesso corpo.
Aveva aspirato l’aria della sua terra, i profumi delle cucine, i rumori prodotti da finestre aperte.
Un alito di vento che bucasse quella calda estate havanera era solo un’improbabile speranza. Ma quella era gente abituata a sperare.
Era sceso al bar dove aveva fatto due chiacchiere con gli amici, vecchi compagni d’arme che ora arrotondavano magri stipendi scarrozzando grassi turisti in giro per la città.
Aveva bevuto il solito, guardato un match di boxe, parlato di politica, ed era tornato, per l’ultima volta, a salutare casa.
Aveva passato la mano ruvida di contadino su un letto di ferro nero. Aveva guardato fuori dalla finestra il sole che stava tramontando.
Si era seduto sull’unica sedia di saggina. Il rosso e l’arancione si erano sfocati in poche ma libere lacrime.
Era stato caricato su un aereo con la sacca delle sue cose e scaricato all’aeroporto militare di Roma.
“Tira avanti, tira avanti!”
“Lucida ottoni, lucida ottoni!”
“Ramazza, ramazza, ramazza-ramazza!”
Lavorava con tutta la lena richiamata dal suo orgoglio di lavoratore, e si era spezzato la schiena nel vano tentativo di non fermarsi mai a pensare.
Ma non ce l’avrebbe mai potuta fare.
Anche l’ambasciata finiva per essere pulita, e lui veniva spedito a casa a riposare.
- Compagno Gutierres...
La fiducia del partito in lei è tale che può scegliere l’appartamento che meglio crede!
I quattro soldi messi a disposizione avrebbero comunque limitato il concetto racchiuso in quel “meglio crede”.
Una testa pelata, sudata e fregiata dalla faccia suina del funzionario avrebbe potuto alzare qualche riserva anche sulla premessa imperniata sulla “fiducia del partito”.
- Faccia solo in modo di raggiungere il lavoro in tempo!
Ecco finalmente un concetto a cui si poteva facilmente credere!
Lui aveva trovato un paio di stanze di squallida periferia.
Erano vuote. Non c’erano odori, né suoni o tramonti riflessi sul mare.
Invero eran vuote perché il vecchio Rafael aveva paura di riempirle.
Aveva paura della sua stessa identità quasi quanto avesse paura di perderla.
Il bar c’era ma il barista lo guardava storto. Il solito, lì, non lo servivano. Ed i succedanei non avevano lo stesso gusto.


Lucia stava finendo il Liceo.
La fiducia del partito in Rafael, naturalmente, è altissima.
Non viene praticamente più interrogato da nessun ufficiale politico.
A dire la verità, forse, a Cuba non c’è più nessuno che si ricordi di lui. E gli ufficiali politici sono anch’essi rapiti dallo yuppismo prima e dalla vergogna della caduta del muro poi.
E Rafael non ha ancora casa.
Vive nelle sue stanze vuote. Beve ancora in un bar vuoto.
E’ sera e lui si sente stanco.
Vicino a lui c’è un rudere, un’unica stanza pericolante di un capannone ancora con segni di bombardamenti dell’ultima guerra.
Rafael sa sentirsi a suo agio fra i ruderi di guerra.
Entra e si siede su un mucchio di detriti.
Le mani si appoggiano su due pezzetti di legno.
I pezzetti di legno si urtano producendo un TAC acuto.
Rafael pensa a tutto, ed a niente al tempo stesso.
I due legni si urtano ancora.
TA-TA Ta-TA-TAC, TA-TA Ta-TA-TAC.
Rafael pensa che vorrebbe morire.
TA-TA Ta-TA-TAC.
Ma il suo spirito contadino lo costringe a afferrare con le unghie la vita.
TA-TA Ta-TA-TAC.
Ma il suo amore per la gioia lo costringe ad aggrapparsi con le unghie alla vita.
TA-TA Ta-TA-TAC.
Lui ha più di cinquant’anni ma sogna ancora l’amore delle donne.
TA-TA Ta-TA-TAC.
Lui ha vissuto ed ucciso ma un ritmo semplice gli ridona ancora una infantile tranquillità.
TA-TA Ta-TA-TAC.
Una voce intona un canto familiare, è una voce di uomo che canta in spagnolo.
Non è la voce di Rafael.
Un suo fratello di sangue e di armi ha sentito il richiamo di quella chiave antica ed, aggiungendo la sua voce, ne ha fatto ancor più musica.
Alla fine due fratelli poco prima sconosciuti si abbracciano.


Lucia ora lavora come giornalista freelance.
Come quasi ogni sera, gli amici si incontrano e fanno musica alla luce delle candele.
Fanno tutta la musica.
Fanno la Salsa, fan la Rumba, il Son e la Bachata.
Ed anche altra musica nera priva di nome.
Suonano, cantano, ballano, bevono, passano notti.
Ci sono giovani e ci sono anziani.
Ci sono ragazze ed una donna enorme che sembra la madre di tutti.
Sono riusciti ad incontrarsi ed a rimanere liberi grazie a quel rudere sperduto che si regge in piedi per scommessa.
Quando piove si vedono a casa di qualcuno, evitano di fare troppo rumore e parlano di Casa.
E quando non piove ci si vede alla casa e lì si tira mattina.
E’ la casa che Rafael, per anni, non era riuscito a creare e che un angelo cantante, richiamato dal suono di una clave, aveva tirato su nello spazio di tre accordi.
Rafael è identico al momento in cui si sono incontrati.
Angelo si era arrochito ma ha cantato fino a che ha avuto voce.
E’ morto di cancro alla gola pochi mesi dopo il primo incontro.
A cantare sulla sua bara erano stati davvero in molti.
(...)

Lucia aprì il sito Internet per cui aveva lavorato altre volte, vide un particolare articolo, e sbiancò.
In quell’articolo c’era quasi tutto quello che lei aveva messo insieme sugli omicidi delle “h”.
Come aveva fatto Nicoletta ad avere tutte quelle informazioni?
Lì c’era quasi tutta la sua inchiesta.
Lucia non era abituata a leggere nella sua rabbia. Fece due più due. Ed ottenne cinque.


Stupide parole e forza di ricominciare
(Lama di riferimento: XXI – il Mondo)
Il direttore, come al solito, ci mise qualche minuto a prendere atto della sua presenza.
La dottoressa Romualda Sartori, già un tantino sfortunata nell’assegnazione del nome, non era stata graziata dal dono di un aspetto fisico che la proiettasse verso l’iperuranio delle apparizioni in video e si era dovuta limitare ad essere la voce narrante di servizi riportanti la cronaca locale.
- Alda… carissima… venga venga.
Ha letto i giornali ultimante?
- Bhe… certo direttore…
- E qualche notizia ha colpito particolarmente la sua attenzione?
- La… liberazione… degli… ostaggi… in Iraq (?!?).
- Bhe, certo, carissima ragazza. Ma io non sono certo in condizioni di mandarla in Iraq per farle fare un servizio sugli ostaggi!
Ma certo che no, per quelle cose c’era la figlia del senator Ruffilli, se si trattava di servizi ben lontani dal fronte, o una freelance se c’era da farsi sparare addosso.
- Stavo parlando delle sette sataniche signorina!
Romualda acquisì un’espressione che voleva sembrare affascinata dalla vastità e dall’interesse del tema “Sette Sataniche”.
- Mi prepari un bel servizio che parli di sette sataniche in Roma, magari con un bello scoop.
Dopo il grande sorriso del direttore, anche se Romualda fosse rimasta lì sarebbe stata come trasparente.
La sua udienza era terminata.

- Tu sai nulla di sette sataniche?
L’amica Francesca era da sempre un’ancora di salvezza.
- Cerca in posto isolato con candele spente, incensi e gente, non appartenente alla comunità locale, che ci si riunisca regolarmente.
Poi fai qualche domanda.


VODOO A ROMA
A pochi chilometri dal centro, anche a Roma, in uno stabile abbandonato, possibili riti satanici.
Chi s’illude dalla possibilità che a Roma le sette sataniche non facciano proseliti dovrebbe recarsi in Via degli Artelindi, nel capannone che fu della Arinfer e che, sulla base delle nostre ricerche, è disabitato da dopo la guerra.
Più di uno degli abitanti ci ha confermato che sono oramai anni che gente proveniente dall’area Caraibica ci si riunisce per notti intere e si esibisce in riti orgiastici praticati al suono di tamburi.
Il signor Erminio Rossi che vive poco lontano da più di 60 anni, ha parlato di “ragazzi seminudi che ballavano al centro di un cerchio di candele”.
Il luogo, di giorno, risulta sempre deserto.
I nostri inviati, recatisi sul luogo, hanno trovato moltissime candele spente, bottiglie vuote di Rum, e volatili orribilmente sventrati con modalità che possono essere considerate analoghe a quelle proprie di questi riti.


La Procura della Repubblica ci mise diversi giorni per rintracciare il padrone dello stabile.
Alla fine fu trovata una banca che, nel ‘58, aveva rilevato una finanziaria in fallimento cercando di liquidare la paccottiglia rimastale nel portafoglio.
Passato tra le maglie del liquidatore oppure rimasto inosservato in un momento in cui le rovine erano ancora abbondanti ed a buon mercato, l’edificio era stato dimenticato.
La stessa banca, dopo sette fusioni, quattro cambi di nome e due scandali, fu molto felice di aver ereditato un terreno che ora poteva valere milioni ma non seppe dire nulla di sette sataniche.


Rafael e gli altri si erano riuniti al solito posto.
Le candele erano state accese ed era già stata aperta la prima bottiglia di rum.
Come al solito qualcuno si era messo a dare ritmo e qualchedun’altro ci aveva aggiunto sopra una melodia.
Dopo che Angelo se ne era volato in cielo, parecchie voci si erano aggiunte al gruppo.
Non erano meno belle, piene e disperate della sua.
Erano voci diverse eppure alla sua correlate come chi viene poi è sempre legato a chi l’ha preceduto da un sottile filo di appartenenza.
I giovani si erano messi a ballare.
Si trattava del ballo sensuale come si faceva a casa.
Era un rituale nato per precedere l’amore vero.
I movimenti erano sinuosi.
Ritmati erano i contatti tra giovani corpi.
Gli anziani invece usavano il ballo dei giovani, il rum ed i sigari per compiere quel viaggio nello spazio e nel tempo che non si sarebbero probabilmente più permettere con le magre finanze del loro povero paese.


I poliziotti stavano uscendo silenziosamente dai due pulmini.
Avevano indossato la tenuta antisommossa.
Il commissario Giuseppe Ferlini ed il vice Paolo Roberti si avvicinarono il sito per farsi un’idea della situazione.
- Se troviamo il Diavolo in persona con cosa gli spariamo, con pistole ad acqua santa?
Il Ferlini fulminò con lo sguardo il giovane collega che, dal canto suo, stava solo cercando di sdrammatizzare.
Questi sciroccati dei satanisti avevano il vizio di poter essere tutto e nulla: degli psicopatici come degli impiegati frustrati in cerca di emozioni a buon mercato.
I due si avvicinarono al capannone ed incominciarono a sentire la musica.
La tensione incominciò a scemare: la musica gli era familiare e stava ad un rito vodoo come la macarena sta ad una cerimonia ecclesiastica.
(...)

Il commissario si avvicinò ai poliziotti schierati.
- E voi toglietevi quei caschi e risalite sui pulmini.
Tu, passami quel megafono.
Paolo piantala di fare l’idiota.
Il Roberti, giusto per unire l’interessante al dilettevole, stava coinvolgendo l’imbarazzatissima agente Paola Reverbi in una focosa lambada.
Bisogna dire che la ragazza non era molto partecipe, era in verità parecchio legnosa e guardava il commissario con fare dubbioso.
- Vieni con me buffone!
- Che facciamo, ce ne andiamo a casa vero?
- No Paolo.
Ora che il padrone ha scoperto di possedere un capannone vuole che glie lo sgomberiamo.
Cerchiamo di farlo nel modo più indolore possibile.
I due entrarono nel fabbricato pericolante.
Il Ferlini portò il megafono alla bocca.
- Polizia! Smettete di suonare.
La musica si fermò.
- C’è un leader, qualcuno con cui possa parlare che vi rappresenti tutti quanti?
Rafael si fece avanti.
- Buona sera señor.
- Senta, si pensava di trovare qui dentro gente ben più pericolosa di voi.
In ogni caso questo edificio deve essere sgomberato.
Ora, mettiamo che io scriva che ho trovato solo due o tre persone che hanno accettato di buon grado di andarsene potrei essere sicuro che, da domani, questo edificio sarà sgombero?
Sa, in caso contrario dovrei controllare tutti i documenti e... capisce… io non sono dell’immigrazione....
- Si señor, glie lo garantisco señor.
- Bene. Allora mi faccia avere un paio di documenti di persone che siano in regola che devo prenderne il numero.
- Bene señor.
- Buona notte.
- Buona notte señor.
Il Ferlini aveva trent’anni di esperienza, sapeva cosa poteva aspettarsi dalla gente ed uscì tranquillo.
Appena i poliziotti furono usciti ci furono una decina di minuti di silenzio.
Quindi ricominciò la musica.
- Che facciamo?
- Si passa domani a vedere se il capannone è vuoto.
Tutti in macchina, si torna in caserma.
(...)

Era quasi mezzanotte.
“... e stato quindi notificato ai presenti l’ordine di sgombero ed essi ne hanno accetato le conseguenze senza alcuna resistenza.”
“Merda!
Accettato va con due ti!”
Il Roberti stanco, si accinse a ristampare.
Sentì una voce familiare.
Gli era venuta un’idea e già se la gustava.
Non si sentiva più stanco.
- Fede!
L’avvocato Federica Calienti stava passando per i corridoi.
- Paolo ?!?
- Fidati di me, passa da casa e cambiati. Questa sera sarai sorpresa.
- Dimmi almeno come mi devo vestire.
- Farà molto caldo. Scarpe da ballo.
Io smonto tra poco.
La Calienti guardò gli occhi dell’amico e ne riconobbe il tono.
Fece un cenno affermativo con la testa ed un morbido sorriso le scavò sulle guance due fossette minute.
(...)

Come tutte le ultime sere, si balla un po’ più intenso, il rum è un po’ più buono, l’amore è un po’ più disperato.
Paolo e Federica raggiunsero la festa.
Non erano stati gli unici ad avere quell’idea e 5 o 6 agenti erano presenti con le loro controparti.
C’era pure la Reverbi e quel vestitino era decisamente meglio della divisa.
Ballava con un ragazzo di colore.
Furono tutti accolti benissimo, i gruppi si fusero.
In ballo e musica passò tutta la notte. Per l’amore rimase la mattina.
Né Paolo dormì con Federica né Federica dormì con Paolo.
Ma quella sera li unì come solo quelle sere possono unire.
Rafael fu l’ultimo a lasciare il capannone.
Prese due pezzi di legno e li batté fra loro.
TA-TA Ta-TA-TAC, TA-TA Ta-TA-TAC.
Gli parve di sentire la voce di Angelo che intonava un canto di addio.
Un gatto nero spiccò un balzo e fu premiato dal sangue di un piccione.


Onirico
(Lama di riferimento: il Matto)
L’uomo senza cappotto osservò i suoi piedi nudi che si immergevano nella sabbia.
Era triste.
Come altre volte era accaduto, tutto gli era girato attorno senza che lui avesse avuto minima parte nella vicenda.
Era stato accusato, e l’accusa non gli era stata notificata.
Era stato condannato, ma l’esatto ammontare della pena non gli era stato detto.
La pena era iniziata. Questo lo sapeva.
Va bene... non è chiaro. Facciamo qualche passo indietro.
(...)

Da un po’ di tempo si vedeva con Lucia. Nulla di eclatante: parlavano, andavano al cinema, lavoravano ad un’inchiesta su cui lei stava decisamente puntando.
Una sera erano usciti per andare a vedere uno spettacolo teatrale in una delle tante piazze di Roma dalle parti di Trastevere.
A parte il fatto che lo spettacolo era andato a monte per l’imperizia tecnica di quelli che avevano istallato l’impianto, nulla era andato diversamente dal solito.
Il giorno dopo la incontrò in palestra.
Lo sguardo di lei era cattivo, le parole dure ed affilate.
Erano parole che non dicevano nulla altro che rabbia.
“Rabbia e paura?... O solo rabbia?”... Non sapeva dire.
- Ma ti ho fatto qualcosa?
- Pensaci!
“Ma come pensaci ?!? O le ho fatto qualcosa o non le ho fatto nulla. Perché non me lo dice? Perché non mi affronta? Perché non chiarisce e non risolviamo? Magari è stato un semplice capire fischi per fiaschi.”
Continuando a pensarci non faceva altro che far rotolare il circolo vizioso di pensieri cupi.
Si trattava di un circolo fatto di recriminazioni gettate nei confronti di fantasmi del passato. Ferite pregresse. Di tristi rabbie per persone già perse perché lui non aveva tentato di capire o perché loro non avevano tentato di capire lui.
Gli tornava in mente una coppia di amici che lo aveva condannato in contumacia e senza appello.
Quante durezze erano state dette. Quanto era stato fatto per demolire pezzo a pezzo ed in maniera irreversibile un legame costruito per anni.
“Perché si è tanto cattivi? Per difendere un principio? ... un giudizio? Un diritto?... Perché...
Perché si crede che altro male bilanci un eventuale male mai fatto?
E che ingiustizia più ingiustizia sia uguale giustizia.
Non bisogna crederlo. Uno più uno fa sempre due. Fa tanta tristezza.
Chissà... quei due... adesso che combinano... ”
Ma non si potevano più chiamare.

(...)
La luna era forte. Perlomeno i suoi piedi nudi si vedevano chiaramente.
Era stanco. Per raggiungere quella spiaggia era saltato su un treno che non ci sarebbe dovuto essere, che era in ritardo di ore.
Si trattava di un locale fuori dal tempo e quasi vuoto. La gente era salta sul successivo sapendo che, questa vola, sarebbe partito prima.
Un collega di Hamed si era stravaccato e dormiva russando rumorosamente.
Chissà come mai la vita di strada riesce a rendere i tratti delle persone così tanto più significativi. Perché i bubboni sono più grossi, le rughe sembrano essere segnate con una matita nera dalla punta oleosa.
Arrivato, era sceso dal treno ed aveva iniziato a camminare seguendo una strada vuota procedente nel nulla.
Non sarebbe più potuto tornare in dietro fino alla mattina dopo.
In quel momento possedeva solo i suoi vestiti, ed un pacchetto di sigarette.
I vestiti erano un paio di pantaloni leggeri, una camicia bianca ed un paio di scarpe di cuoio marrone. Scarpe da bambino, con i buchi per far passare l’aria.
Le sigarette erano per farsi male. Quando era triste, l’uomo senza cappotto desiderava farsi male.
E poi stava peggio.
Aveva camminato fino alla sabbia. Si era tolto le scarpe. Aveva continuato a camminare.
Stava guardando la luna, tanto cara al suo amico, quando una ragazza entrò nel suo campo visivo e gli sorrise.
Lui guardava stupito.
Lei non disse niente.
Indossava un vestitino di cotone nero molto corto. Le gambe erano nude ed i suoi piedi scalzi. I capelli neri e lisci erano mossi dal vento. I suoi occhi neri erano accesi dal suono di un sorriso che spezzava la notte punteggiata di stelle.
Gli fece cenno di seguirla tra le dune. Lui ubbidì.
Ogni tanto lui la perdeva di vista e si sentiva perduto. Poi lei riappariva.
Piano piano un rumore di percussioni si fece spazio tra quello delle onde.
Non fecero molta strada. Forse era la sabbia ad ovattare il suono.
Forse, prima, lui era assordato dai suoi stessi pensieri.
Al suono fece eco un bagliore di luce di torce. Incominciò a sentire musica di basso, di chitarra, di un singolo ottone. Ma il più erano oggetti che battevano su oggetti.
Scomparvero prima i piedi della ragazza, poi le caviglie, poi le cosce.
Lui si affrettò a raggiungerla. Era una rampa di cemento duro coperta da un sottile velo di sabbia.
La rampa scendeva e lui la discese.
Ai bordi pareti di sabbia. La musica aumentò di volume. Raggiunta la fine della rampa, gli apparve un piazzale.
Era abbastanza ampio da contenere una pista su cui alcune ragazze stavano ballando. Erano belle. Un gruppo di anziani di colore che stavano suonando. Gruppi di sedie tutte diverse e vecchi tavoli da bar. Gente che beveva, gente che fumava grossi sigari, gente che ballava.
L’uomo senza cappotto si guardò intorno.
Vide, attorno al piazzale, che sulle le scarpate di sabbia erano ricavate piccole piazzole, come palchi di un teatro.
Sopra c’era gente.
Fiaccole, piantate un po’ ovunque davano luce ed ombre in movimento.
Un vecchio con un cesto si parò davanti all’uomo senza cappotto.
- Se lei ti ha portato qui, puoi restare.
Però metti qualcosa in comune con tutti noi per allietare il resto della festa.
L’uomo senza cappotto aprì il pacchetto di sigarette, le estrasse tutte insieme e le mise nel cesto.
- E tutto quello che ho!
- Se è tutto, nessuno di noi può aver dato di più.
Il vecchio pose il cesto su un tavolo dove il suo contenuto era a disposizione di tutti.
L’uomo senza cappotto iniziò ad aggirarsi per i tavoli. Gli venne messo in mano un bicchiere pieno di rum.
La ragazza, con un piede su di una sedia, stava chiudendo la fibbia di una scarpa da ballo. Riflessi di torcia sulla sua coscia allungata dalla luce radente.
Alzò gli occhi e gli sorrise.
Passò un ragazzo, la prese per mano, e la portò a ballare.
Una ragazza apparve davanti all’uomo senza cappotto. Gli fece un sorriso. Lo sguardo di lei non era privo di malizia.
La sua pelle era color caffè latte. I suoi occhi verdi erano tanto chiari da sembrare finti. La capigliatura riccia e crespa era enorme. Un nastro rosso si perdeva tra i riccioli. Sulle guance due piccole fossette. Lei era giovane. Una bambina adulta.
Gli tolse di mano, con delicatezza, il bicchiere e le scarpe. Appoggiò il tutto su un tavolo di formica rossa.
Lo portò sulla pista.

(...)
Fu così che il Mossi contattò gente in grado di fondare la sua scuola di balli e cultura latino americana.

Guido Mastrobuono




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11 giugno 2008
Salsa New York Style

La Salsa New York Style è la fusione di diversi stili di ballo e nasce dalla salsa ballata in tutti i Caraibi, e il mambo portato in città dalla enorme comunità di Portoricani, e per questo le viene attribuito anche il nome di mambo salsa o salsa portoricana. Un altro nome con cui può essere definita è Nightclub Style, derivante dall’uso statunitense di chiamare nightclub le sale da ballo, tra le quali la più famosa e trascinatrice della salsa- mambo a New York fu il mitico Palladium, un’enorme locale da ballo famosissimo negli anni ‘40 e dove, negli anni ’50 e ’60 imperversavano orchestre provenienti da tutta la fascia dei Caraibi con i loro ritmi nuovi e coinvolgenti. Presto il mambo, come del resto era facilmente intuibile, prese il sopravvento sugli altri balli e a New York, città di avanguardia e innovazione, si affermò questo nuovo stile frutto di contaminazione musicale e corporea.

Il ballo si apre con l’uomo che conta sull’uno col piede sinistro rimanendo sul posto, e arretra contando sul 2 col piede destro, segue la donna invertendo il movimento dei piedi muovendosi in avanti, dando vita a una coreografia verticale. Questo movimento eseguito “en clave” dos è tipico del mambo, ma si arricchisce di elementi tratti dal jazz dance, il funky e l’afro cubana, formando un mix di velocità, piroette multiple da parte della donna e gli open shines, o passi individuali, cioè pasitos eseguiti singolarmente dai componenti della coppia che si divide. Altra importante fonte a cui la salsa New York style ha attinto è Broadway, regno del musical da cui provengono idee e coreografie. Insomma, possiamo definire questo ballo aggressivo ma allo stesso tempo elegante… sensuale… veloce e spettacolare.

Esponenti per eccellenza di questo ballo sono Eddie Torres e Frankie Martinez. Il portoricano Torres, considerato the mambo King, il re del mambo, nonostante la sua stazza, non propriamente longilinea, e la più non giovane età, è comunque il simbolo della seconda generazione di maestri di ballo, quelli del post- Palladium, per intenderci. Di lui si è detto tutto ma la cosa più bella è che si muove con la grazia di un moderno Fred Astaire, che è delicato e raffinato, veramente, in assoluto, il più grande della Salsa New York Style.

Una evoluzione del New York Style è la versione più acrobatica definita Los Angeles Style… ma questa è un’altra storia…

Valentina Caprari





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6 giugno 2008
Sognando Cuba- Passo a due!

In quella notte di fuoco, ancora una volta, due occhi di ghiaccio gli avrebbero bruciato il cuore.
Si aggirava come un lupo per i locali di L’Havana, con in bocca il sapore di rum e di tabacco,
nelle narici il ricordo dell’odore di lei e del suo sudore dolce.
L’asfalto e la luce gialla dei lampioni urlavano fino alle stelle il caldo della città,
ed il cielo nero, accanto alla luna, sembrava il solo a godersi il refrigerio di un’aria limpida e pura.

Un grosso uomo alla porta lo osservò e lo fermò, piantandogli sulla spalla un’enorme mano scura. La luce scarna dell’insegna, poi, rivelò in quel gesto un abbraccio d’amico, che lo condusse giù per le scale in uno stretto buco fumoso pieno di gente, alcool, colori, odori forti, movimento.
E pieno di musica.
Si sedette su di una seggiola malferma, ordinò un altro rum e finalmente la trovò, tra altri mille corpi anonimi.

Lei lo scorse da lontano, ma nessuno notò che si fosse accorta di lui. Senza dire una parola, lo guardò solo un attimo con l’estremo angolo del suo grande occhio nero.
Lui, dall’altra parte della sala, seduto al suo tavolo e circondato di ogni frastuono, le contò le perle di sudore che le rigavano la schiena dritta e nuda, e sentiva già tra le dita la stoffa calda di quel suo solito vestito rosso.

Lei regalò un sorriso ad un rivale e una spinta ad un’altra donna, passò accaldata una mano tra i capelli neri e corti, che le scoprivano le spalle. Tra le dita guardò di nuovo lui, altezzosa e fredda, eccitante.
Lui le osservò il collo lungo ed elegante, la pelle scura che sapeva di terra del sud.
Indovinò le sue forme, conosciute eppure sfuggenti, lontane ma che sentiva già sue.

Lei cominciò a muoversi seguendo il ritmo, sollevando leggermente l’orlo della gonna.
Socchiuse gli occhi e ricordò la stretta di lui e le sue braccia forti, le mani grandi che scorrevano sui suoi fianchi, stropicciandole il vestito.
Lui la vide sciogliersi , ondeggiare il lungo collo e le spalle, le gambe snelle e nervose.
Spostò da sé il tavolo. Con gesti lenti ma decisi si alzò, gli occhi annebbiati dal fumo e dal rum, i sensi alterati dalla presenza di lei.

Lei si girò di scatto verso di lui, continuando a muoversi. Un sorriso beffardo le colorò il viso di bianco.
Lui si vide addosso quegli occhi da gatto, affilati come coltelli, mentre un altro uomo le sfiorava le braccia lucide e un altro ancora la sporcava con il suo fiato avido.

Lei si sentì viva, immersa in quella folla di corpi, quando la musica le entrò dentro l’anima come un abbraccio e non potè più fermarsi.
Lui vide davanti a sé capelli biondi e neri, labbra rosse e sorrisi. Vide mani, occhi e cosce di donna, ma il suo desiderio ingnorava altri colori e sapori, la sua fame andava a caccia di una sola preda.

Lei lo vide avvicinarsi piano, alto e grande, bello, sensuale, ed ebbe un tremito che percorse ogni angolo della sua pelle nera.
Scansò ogni altro uomo con un unico terribile sguardo di sufficienza.
Lui la raggiunse, tenendo ad ogni passo fermi gli occhi su di lei.

Lei gli accarezzò il volto ruvido lentamente, indugiò sul sapore forte e dolciastro della sua bocca e gli tolse dal viso i capelli lunghi e sudati. Gli passò sul petto forte le mani lunghe e magre.
Lui si fece cullare dai gesti della donna, e sentì sotto le mani i fianchi farsi molli inseguendo il suono, le sue ginocchia muoversi, la sua schiena arcuarsi.
Assecondò il corpo di lei stringendolo al suo, e la musica invadeva la sala come il sapore del suo denso rossetto rosso.

Lei vide lo sguardo da lupo dell’uomo e la fame del suo cuore. Si sentì in trappola, soffocata in quell’abbraccio pesante. Lo guardò fiera, piena di orgoglio, e gli disse che non l’avrebbe mai avuta.
Lui la strinse di più, e impose la sua forza a quel corpo agile, che si divincolava invano alla sua presa.

Lei voleva ad ogni costo liberarsi.
Lui le sussurrò piano la sua passione, il suo amore feroce, con gli occhi mori e profondi fissi sulle labbra grandi della donna.
Le lasciò di scatto i polsi.

Lei non gli rispose, e lo guardò appena con arrogante aria superba, aprì la bocca rossa in una sonora risata bianca.
Poi, senza distogliere gli occhi neri e fieri da lui, alzò la mano nera verso l’orchestra, agitando le dita dalle unghie laccate di rosso.
Urlò “ Enrique! Un’altra canzone!”
Ballarono finchè il mattino non venne a dileguare ogni nota. 

Carla Ardizzone




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6 giugno 2008
Artisti e ballerini! - Marco Ferrigno

Marco Ferrigno, un ventenne che balla da quando aveva 5 anni…fin qui tutto bene…ci sono grandi ballerini che hanno avuto la “fortuna” (così la chiamo perché avrei tanto voluto ballare già da piccola!) di iniziare fin da giovanissimi un percorso nel mondo della danza. Inizia a ballare sin da bambino ottenendo notevoli risultati nelle competizioni nazionali ed internazionali di Danze Latine. Da circa 5 anni si è dedicato alla Salsa e ha iniziato a ballare con il gruppo Barrio Latino di Salerno. In seguito ha coreografato per un anno il gruppo New Dance di Teramo ottenendo un notevole successo in diverse manifestazioni del settore. Nel 2006 entra a far parte del gruppo di Juan Matos "Fogarete Dance Project ". Con questo gruppo Marco balla sui palchi più importanti del circuito latino, come Roma, Londra, Atlanta, Rio de Janeiro, Amburgo, Turchia, Barcellona, Nizza, Bruxelles, Murcia, e molti ancora.

Nel Gennaio del 2007 decide di intraprendere la sua strada da solo in coppia con la ballerina Assal Arian, e subito sono richiestissimi nei locali più importanti di Italia e negli eventi più prestigiosi del settore. Nell'agosto del 2007 Marco si esibisce a New York insieme al maestro dei maestri Eddie Torres. Uno stile fine, elegante, inizialmente con assolute tendenze newyorkesi …ma poi ecco che avviene ciò che spera ciascun artista durante il proprio percorso di crescita e di successo: Marco Ferrigno trova il suo stile. Se mi chiedessero oggi di dare un nome al suo “modo” di ballare, direi molto semplicemente: “balla alla Marco Ferrigno…” Questa è una conquista che non ha prezzo!

La scorsa settimana, ad un evento salsero, l’ho visto entrare sul palco vestito di bianco, insieme alla ballerina Haridian Buonavente, la grazia fatta persona… iniziano la loro coreografia, i loro passi di danza, leggiadri, sulle note dell’egregio Ludovico Einaudi, nel brano “Bella notte”… i brividi, lo stupore, l’emozione… poi la SUA VOCE… giovane ma già molto intensa:
“La vita è un dono di mio padre… la terra mi ha trasmesso la danza… il mio cuore ha tanto sentimento… e per questo ballo solo quello che sento”

Una delle mie musiche preferite, un brano pieno di calore, di commozione, di malinconica intensità…una scelta di livello. Marco Ferrigno ha deciso di danzare sulle note di un brano che lui stesso ha raccontato di amare da quando era piccolo: “Ho sempre sognato di danzare su questo brano e ho sempre pensato che quando sarei stato pronto e maturo per affrontarlo lo avrei portato sul palco”. Quel giorno è arrivato…e la sua maturità tecnica ed emotiva oggi è evidente. Avevo osservato già diversi suoi spettacoli da solista, sempre accompagnato da donne carismatiche, grintose, incredibilmente sensuali e magnetiche, ma questa esibizione ha creato davvero un impatto incredibile, un clamore e un entusiasmo senza precedenti. Terminato il suo spettacolo non riuscivo neanche a ricordarmi come avesse ballato sul palco, tale era stata la mia “full immersion” nella sfera sensoriale ed emotiva…ricordo la sensazione, ricordo i miei occhi fissi su di loro, il cuore accelerato, il nodo in gola.

Ho sempre apprezzato Marco, perchè ha personalità, ha coraggio, ha il pathos che gli scorre su tutto il corpo. La sua danza ha stile, le sue braccia e le sue mani disegnano costantemente delle linee direi assolutamente perfette…le sue dita suonano, accarezzano il corpo, sfiorano l’aria e sprigionano energia:questo, a mio avviso, è proprio l’elemento che lo contraddistingue. Gestisce con classe e leggerezza il suo corpo… mai esagerato… mai fuori luogo… sempre dentro la musica…
A me traspare la sua enorme intelligenza, il suo senso del gusto e la sua arte…quando balla lui ci racconta il suo mondo, si scopre, si toglie quasi tutti gli indumenti per far trasparire la sua sincerità nell’intenzione del suo ballo. Vuole accompagnarci in un viaggio, emotivo e di stile. Ecco il significato altissimo della sua ultima esibizione e delle parole che ha pronunciato: lui balla solo ciò che sente….fantastico, emozionante, eccitante direi!

E’ ciò che ho sempre sostenuto io, quello che vorrei tanto esprimere, spiegare al mondo intero…si balla per vivere e trasmettere il proprio mondo interiore. E’ così importante ballare come ci si sente, interpretare secondo i propri gusti, secondo le precise vibrazioni che avvertiamo mentre ci muoviamo. In lui ho visto ciò che vorrei vedere sempre…su di me… sugli altri. Il rischio, il mettersi in gioco, ma anche l’apprezzarsi, lo stimarsi, la voglia di condividere con gli altri la propria interiorità, che piaccia o meno. Urlare al mondo chi siamo…

Marco Ferrigno in questo spettacolo non ha solo danzato egregiamente, ci ha parlato, ci ha spiegato, ci ha dato molto di più di altre esibizioni, perché è stato puro, schietto, vero.
Ci ha mostrato se stesso e questo al pubblico è arrivato.
Un applauso lunghissimo….una commozione generale, ognuno per i propri motivi.
Al termine dell’esibizione ho sentito il bisogno di ringraziarlo, perché io vivo per emozionarmi e chi riesce a regalarmi tutto questo con tale forza…beh è meritevole, ma soprattutto speciale, come pochi, per fortuna.

Claudia Rubeo






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5 giugno 2008
Testo e traduzione di Si no te hubieras ido di Tito Nieves!
Te extraño mas que nunca y no se que hacer
despierto y te recuerdo al amanecer
espera otro dia por vivir sin ti
el espejo no miente me veo tan diferente
me ases falta tu.
la gente pasa y pasa siempre tan igual
el ritmo de la vida me parece mal
era tan diferente cuando estabas tu
si que era diferente cuando estabas tu.
no hay nada mas dificil que vivir sin ti
sufriendo de la espera de verte llegar
el frio de mi cuerpo pregunta por ti
y no se donde estas
si no te hubieras ido seria tan feliz
no hay nada mas dificil que vivir sin ti
sufriendo de la espera de verte llegar
el frio de mi cuerpo pregunta por ti
y no se donde estas
si no te hubieras ido seria tan feliz
la gente pasa y pasa siempre tan igual
el ritmo de la vida me parece mal
era tan diferente cuando estabas tu
si que era diferente cuando estabas tu
no hay nada mas dificil que vivir sin ti
sufriendo de la espera de verte llegar
el frio de mi cuerpo pregunta por ti
y no se donde estas
si no te hubieras ido seria tan feliz…


Mi manchi più di tutto e io non so che fare
sveglio e ti ricordo al mattino
aspetta un altro giorno per vivere senza te (me)
lo specchio non mente mi vede tanto differente
mi manchi tu
la gente passa e passa sempre uguale
il ritmo della vita mi pare negativo
era molto differente quando c'eri tu
si che era diverso quando c'eri tu.
non c'è niente di più difficile che vivere senza te
soffrendo nella speranza di vederti tornare
il freddo del mio corpo chiede di te
e no so dove sei
se non te ne fossi andata sarei molto felice
non c'è niente di più difficile che vivere senza te
soffrendo nella speranza di vederti tornare
il freddo del mio corpo chiede di te
e no so dove sei
se non te ne fossi andata sarei molto felice
la gente passa e passa sempre uguale
il ritmo della vita mi pare negativo
era molto differente quando c'eri tu
si che era diverso quando c'eri tu.
non c'è niente di più difficile che vivere senza te
soffrendo nella speranza di vederti tornare
il freddo del mio corpo chiede di te
e no so dove sei
se non te ne fossi andata sarei molto felice…
mi manchi più di tutto e io non so che fare
sveglio e ti ricordo al mattino
aspetta un altro giorno per vivere senza te (me)
lo specchio non mente mi vede tanto differente
mi manchi tu
la gente passa e passa sempre uguale
il ritmo della vita mi pare negativo
era molto differente quando c'eri tu
si che era diverso quando c'eri tu.
non c'è niente di più difficile che vivere senza te
soffrendo nella speranza di vederti tornare
il freddo del mio corpo chiede di te
e no so dove sei
se non te ne fossi andata sarei molto felice
non c'è niente di più difficile che vivere senza te
soffrendo nella speranza di vederti tornare
il freddo del mio corpo chiede di te
e no so dove sei
se non te ne fossi andata sarei molto felice
la gente passa e passa sempre uguale
il ritmo della vita mi pare negativo
era molto differente quando c'eri tu
si che era diverso quando c'eri tu.
non c'è niente di più difficile che vivere senza te
soffrendo nella speranza di vederti tornare
il freddo del mio corpo chiede di te
e no so dove sei
se non te ne fossi andata sarei molto felice...

Valentina Caprari




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15 maggio 2008
Salsa Mania - Anno Primo - Primi Pensieri

Raccolta mensile legata al progetto Cicero

Foto fornita da Valentina Caprari

Numero 1 
Maggio
Giugno
 2008






Indice

Editoriale! - Valentina Caprari
 
Le origini della salsa!!! - Valentina Caprari
 
La salsa! - Claudia Rubeo
 
Artisti e ballerini! - Valentina Caprari
 
Testo e traduzione di Tu Amore me hace bien di Marc Anthony! - Valentina Caprari

 




permalink | inviato da valens il 15/5/2008 alle 7:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 maggio 2008
Editoriale!

Ecco qui la prima uscita di salsamania… la rivista salsera più pazza che ci sia! Ovviamente scherzo…

Penso che la realizzazione della rivista in sé e per sé non sia stata difficile… il problema principale si è creato al momento della pubblicazione… mamma mia… word… html… foto… colori… aiutoooooooooooooooooo! Comunque ce l’abbiamo fatta!

In questa prima uscita purtroppo ho avuto solamente una collaboratrice e adesso vi spiego il perché… nella mia mente, un po’ contorta, ho pensato che prima di contattare qualsiasi mio amico salsero e prima di pubblicizzare salsamania su qualsiasi forum ci dovesse essere qualcosa di realizzato e di concreto… qualcosa che sia da riferimento e che faccia capire di cosa si tratta… qualcosa su cui basare le prossime uscite e così nasce questo primo numero… speriamo bene!

Come alcuni di voi sapranno la rivista è composta da 5 articoli:

il primo è questo che state leggendo… “l’editoriale” nel quale scriverò tutte le gioie e i dolori di salsamania.

il secondo è un’articolo sull’origine della salsa… forse risulterà un po’ palloso ma avevo bisogno di mettere molta carne a cuocere per poi iniziare dal prossimo numero a sviscerare ogni argomento e a scendere nei particolari.

il terzo è un’articolo sulla salsa vista dagli italiani ed è anche l’unico articolo non scritto da me… un testo bellissimo scritto con il cuore e anche con parecchia fretta, per via del pochissimo preavviso che ho fornito all’autrice, dalla mia maestra di salsa… la mia ispirazione e il mio riferimento Claudia Rubeo… una splendida salsera… un’ottima insegnante e una scrittrice dalle doti nascoste… pensate che io le ho chiesto l’articolo una sera, non molti giorni fa, e al mattino avevo già due mail con l’articolo bello e pronto!

Il quarto è un’articolo sui miei ballerini preferiti… la mia maestra li ha citati e io non potevo non parlare di Maikel e Kirenia… due cubani speciali che portano in giro per l’Italia e per l’Europa una bella salsa!

Il quinto e ultimo… è l’angolo testi… dedicato ai testi e alle traduzioni delle più belle canzoni di salsa… bachata e reggeaton!

A questo punto do a tutti voi l’appuntamento alla prossima uscita… sperando che vi sia piaciuta e che a qualcuno di voi venga in mente di darmi una mano scrivendo qualcosa sul vostro ballo preferito…

Buona salsa a tutti… salsamaniaci…

Valentina Caprari… la direttrice di Salsamania…

che belloooooo! ^_^

Valentina Caprari




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5 maggio 2008
Le origini della salsa!!!

Con il termine salsa vengono denominati vari ritmi popolari, in molte nazioni latinoamericane. Non è chiaro chi e perché abbia dato questo nome a tale genere musicale; ma esso risulta in ogni caso appropriato, in quanto si riferisce, per l'appunto, alla "mezcla" di ritmi e sonorità musicali. Salsa, del resto, è anche il nome del ballo comunemente danzato su questo tipo di musica ed è il termine usato dagli immigrati cubani a New York in analogia con lo swing .
La salsa incorpora vari stili e varianti; il termine può essere utilizzato per descrivere quasi tutti i generi musicali di derivazione cubana più popolari (come chachacha e mambo). Uno stile particolare fu sviluppato da gruppi di immigrati cubani e portoricani a di New York nella metà degli anni settanta, con derivazioni stilistiche come la salsa romantica degli anni ottanta. Le radici della salsa si possono ritrovare negli antenati africani che furono portati nei caraibi come schiavi dagli spagnoli, Africa, nella quale è molto comune vedere persone che fanno musica suonando strumenti come la conga, un tamburo alto e stretto, e la pandereta, percussioni, strumenti comunemente usati nella salsa, creando una musica simile alla salsa.

Il più diretto antenato della salsa è il son montuno di Cuba, che è una combinazione di influenze europee e africane. La plena portoricana, il calypso di Trinidad, il reggae giamaicano, il rock americano, il merengue dominicano e la cumbia colombiana sono altre fonti di ispirazione durante l’esperienza newyorchese degli anni 1970. Il bagaglio prevalentemente spagnolo di Porto Rico unito alle popolazioni africane, andaluse e indigene di Cuba formano le basi della salsa, a partire da Arsenio Rodriguez, Tito Puente, Tito Rodríguez, Perez Prado, Machito e Felix Chappotín, Aragon e Riverside negli anni quaranta. Nei due decenni successivi, la continua successione di stili latinoamericani di grandi successi come il mambo, la rumba, il chachacha e la charanga raffinano e sviluppano gli elementi del son montuno, raggiungendo una grande popolarità negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone.

La crescita della salsa moderna, comunque, si dice sia iniziata nelle strade di New York alla fine degli anni 1960. A quel tempo, il pop latino non era più una delle forze trainanti della musica americana, avendo perso terreno rispetto all’R&B e al rock and roll. L'influenza degli immigrati latini, in particolare cubani e portoricani, a New York, e la volontà di queste persone di sentirsi più vicine ai loro paesi, portò alla crescita della salsa. La casa discografica di New York Fania Records lanciò molti dei primi cantanti e musicisti salsa. Fondata da Johnny Pacheco, l'illustre carriera di Fania iniziò con El Malo di Willie Colón e Héctor Lavoe nel 1967, seguito da una serie di melodie del son montuno e della plena, musica folklorica che utilizza la pandereta, che portarono allo sviluppo della salsa nel 1973.

Da New York, la salsa si espanse a Cuba, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Colombia, Messico, Venezuela e altri paesi latinoamericani. Cantanti come Tito Puente e Celia Cruz divennero nomi familiari, non solo tra i latini del nordamerica ma in tutti i caraibi. Più tardi, gruppi come El Gran Combo e The Apollo All Stars con, tra gli altri, Roberto Roena ne seguirono le orme. Gli anni settanta videro varie innovazioni musicali tra i musicisti salsa. I cuatro portoricani furono aggiunti da Yomo Toro e Larry Harlow introdusse il pianoforte elettronico, mentre voci come Cheo Feliciano e Celia Cruz adottarono alcune canzoni braziliane. Ray Barretto, Tipica 73, Conjunto Clasico, Rubén Blades e Eddie Palmieri furono altri artisti importanti di quest'epoca, mentre Peregoyo y su Combo Vacano portarono influenze colombiane nella salsa e introdussero la salsa nel loro paese. Per l'inizio degli anni 1980, la lunga leadership di Fania Records fu indebolita dall'arrivo di TH-Rodven e RMM, mentre Joe Arroyo fece della Colombia un centro nevralgico per la salsa.

Gli anni ottanta furono un'epoca di diversificazione, mentre la salsa popolare si sviluppò nella dolce e tenera salsa romantica, con testi inneggianti all'amore e al romanticismo, e nella sua cugina più esplicita, la salsa erotica. Noches Calientes' di José Alberto (1984) è considerato l'inizio di quest'epoca che fu presto dominata da star portoricane. Per la fine degli anni ottanta, la salsa aveva influenzato il Latin rap e trovato artisti come Sergio George che avevano riportato la musica al mambo originario e aggiunto una importante sezione di trombone. La salsa durante gli anni ottanta si espanse inoltre in Messico, Argentina, Perù, Europa e Giappone; in quest'ultimo paese, in particolare, fu resa popolare della famosa Orquesta del Sol. L'Orquesta del Sol divenne famosa anche in molti paesi latinoamericani. La Colombia continuò le sue innovazioni nella salsa per tutti gli anni ottanta e artisti come Fruko, Los Nemus del Pacifico e Latin Brothers aggiunsero influenze di cumbia, mentre gli anni novanta videro Carlos Vives inserire il vallenato nella salsa colombiana. Roberto Torres, originario di Cuba, inventò la charanga-vallenata negli anni ottanta, facendo di Miami un centro per la salsa. Questa situazione aiutò il lancio della carriera di Gloria Estefan, una cubana che divenne una grande star americana, e altri che aiutarono la nascita del Miami Sound, un miscuglio di rock e pop.

Sviluppatasi dalla salsa cubana, la timba nacque su ritmi songo e fu inventata da gruppi come Los Van Van e NG La Banda. Per l'inizio degli anni novanta, questo tipo di salsa originaria di Cuba divenne nota come timba ed ebbe successo in tutto il mondo.

La salsa ha fatto segnare una crescita costante e ora domina le radio di molti paesi dell'America Latina. Inoltre, molti artisti latini, come Marc Anthony, e l'ancor più famosa Gloria Estefan, hanno avuto successo come crossover, entrando nel mercato pop anglo- americano con hit dal gusto latino, solitamente cantati in inglese. Le più recenti innovazioni nel genere includono ibridi come il mereng-house e il salsa-merengue, insieme alla salsa gorda.


Parlando del ballo

La salsa è il ballo di coppia danzato sulle note dell'omonimo genere musicale, ed ha movimenti e regole codificate. Esistono varie scuole, stili e tecniche diverse; tuttavia le principali sono la salsa cubana e la salsa portoricana, le quali a loro volta possono dividersi in altre sottocategorie (come la NY Style, il LA Style).

Uno degli elementi chiave di questo ballo è la pausa (chiamata anche battuta, sospensione o stop) sul quarto tempo del ritmo: durante l'esecuzione dei passi, per ogni tre "step" ballati ce n'è uno non ballato. Tale caratteristica subisce varianti ed evoluzioni a seconda della scuola e del gusto dei ballerini. Pur esistendo sequenze di movimenti predefinite, chiamate figure o coreografie, la concatenazione di queste l'una all'altra è basata sull'improvvisazione; sta quindi alla fantasia dei ballerini costruire i vari passi di danza durante tutto l'arco del brano.

La posizione di partenza del ballo è un abbraccio frontale asimmetrico in cui l'uomo posa la sua mano destra dietro la schiena della propria ballerina, e con la mano sinistra le tiene la mano. Tale posizione è detta di coppia chiusa. Ma in genere viene abbandonata quasi subito, durante la danza, per lasciare spazio alla posizione di coppia aperta, che è il vero punto di partenza per le varie figure. Questo ballo sottostà alla convenzione (comune anche ad altri balli) che vuole che l'uomo guidi e la donna segua. In buona sostanza l'uomo, mediante il linguaggio corporeo, comunica alla donna i vari spostamenti, giostrando opportunamente le varie pressioni con la mano destra sulla schiena della donna, o alzando e abbassando le braccia, e imprimendo movimenti di rotazione.

La clave è lo strumento musicale il cui suono viene solitamente preso come punto di riferimento per gli attacchi dei passi. Essendo la sezione ritmica spesso molto articolata ed eterogenea, nei brani di salsa, i numerosi strumenti percussivi che si sovrappongono necessitano di un orecchio allenato, per far sì che il movimento del corpo si coordini al ritmo. Tale esercizio è sovente difficile per il principiante, ma man mano che si procede nell'apprendimento del ballo, l'abitudine all'ascolto genera la capacità di decodificare all'istante gli accenti delle varie percussioni. Nei paesi d'origine, il ballo della salsa ha sempre fatto parte della cultura e dell'identità collettiva in modo molto radicato. La versione che ne è stata esportata nel mondo occidentale, ad uso delle scuole di danza, dei circoli, delle balere, è spesso "ripulita" e confezionata secondo lo stile della salsa da spettacolo, contrapposto invece alla salsa da strada, ovvero quella propria dei paesi caraibici. Nella salsa da strada, ritroviamo infatti un modo di ballare legato all'improvvisazione estemporanea, a volte poco coreografico, e improntato soprattutto nei movimenti corporei effettuati in perfetta sintonia con il partner.

La salsa da spettacolo, invece, è più figurata e costruita, si dà maggiore risalto allo stile dei movimenti negli spazi e nei tempi "canonici" del ritmo, numerose sono le coreografie e le sequenze di passi codificate e acquisite come bagaglio personale dei ballerini; e a volte, ciò va a discapito della "spontaneità" istintiva nel sentire 'proprio' il ritmo e le vibrazioni musicali. Ad ogni buon conto, pregi e difetti sussistono in entrambi gli stili. Anche in questo genere, non mancano le contaminazioni con altri balli: alcuni maestri infatti, insegnano passi che includono dei movimenti presi a prestito dall'hip hop, dal funky, spesso inserendoli nelle coreografie abituali. In genere, ciò che attrae il principiante e lo invoglia ad imparare questo ballo, è il clima di allegria e divertimento che si percepisce nella maggior parte dei brani.

Valentina Caprari




permalink | inviato da valens il 5/5/2008 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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